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Il neuroscienziato Antonio Damasio investiga da molti anni i meccanismi cerebrali legati alla sfera delle emozioni e i sentimenti. Il suo contributo è qui rivolto alla definizione del termine distintivo di “sentimento” come percezione e rappresentazione mentale del corpo, come linguaggio vitale e fisico che appartiene alla mente, dunque alla visualizzazione del corpo attraverso il cervello. Egli, inoltre, alla luce della scoperta dei “neuroni specchio”, arriva a perfezionare il suo ragionamento sui substrati neuronali dei processi della mente, della percezione delle emozioni e di come la compassione si trasformi in un sentimento di empatia.
Nel tentativo di spiegare che cosa siano i sentimenti, comincerò facendo ai lettori una domanda: quando riflettete su un qualsiasi sentimento, più o meno piacevole o intenso, provato in passato, che cosa identificate quale suo contenuto? Non vi sto interrogando sulla causa, né sull’intensità o sulla valenza positiva o negativa di quel sentimento; e nemmeno sui pensieri che si presentarono alla vostra mente nella scia di quell’esperienza. In realtà, qui io intendo i contenuti mentali, gli ingredienti, la materia, di cui è fatto un sentimento. Affinché questo esperimento puramente mentale funzioni, vi darò qualche spunto: pensate di starvene sdraiati sulla sabbia mentre il sole del tramonto vi accarezza dolcemente la pelle e l’acqua del mare lambisce i vostri piedi; dietro di voi c’è un fruscio di aghi di pino, mossi da una leggera brezza estiva; la temperatura è di circa venticinque gradi e in cielo non c’è neppure una nube. Prendetevela comoda e assaporate la scena.Nel tentativo di spiegare che cosa siano i sentimenti, comincerò facendo ai lettori una domanda: quando riflettete su un qualsiasi sentimento, più o meno piacevole o intenso, provato in passato, che cosa identificate quale suo contenuto? Non vi sto interrogando sulla causa, né sull’intensità o sulla valenza positiva o negativa di quel sentimento; e nemmeno sui pensieri che si presentarono alla vostra mente nella scia di quell’esperienza. In realtà, qui io intendo i contenuti mentali, gli ingredienti, la materia, di cui è fatto un sentimento. Affinché questo esperimento puramente mentale funzioni, vi darò qualche spunto: pensate di starvene sdraiati sulla sabbia mentre il sole del tramonto vi accarezza dolcemente la pelle e l’acqua del mare lambisce i vostri piedi; dietro di voi c’è un fruscio di aghi di pino, mossi da una leggera brezza estiva; la temperatura è di circa venticinque gradi e in cielo non c’è neppure una nube. Prendetevela comoda e assaporate la scena.
Supponiamo che non siate mortalmente annoiati e che, al contrario, vi sentiate molto bene; anzi, troppo bene, come un mio amico ama dire. La domanda ora è: in che consiste quel “sentirsi bene”? Vi darò solo qualche indizio. Forse il tepore che sentite sulla pelle è piacevole. Il respiro è facile, dentro-fuori, inspirazione-espirazione, libero da qualsiasi resistenza a livello del torace o della gola. I muscoli sono rilassati e non percepite alcun senso di tensione articolare. Sentite il vostro corpo senza peso, a contatto con la terra, ma al tempo stesso leggero. Avete il controllo sul vostro organismo e ne percepite il funzionamento fluido e senza intoppi: nessun dolore, semplicemente perfetto. L’energia per muovervi non vi manca, ma per qualche motivo preferite restarvene tranquilli – una paradossale combinazione di potenzialità da una parte, e di godimento dell’immobilità dall’altra. In breve, il vostro corpo vi dà sensazioni diverse rispetto a numerose dimensioni, alcune delle quali assolutamente evidenti e localizzabili, altre più elusive. Per esempio, sebbene percepiate il benessere e l’assenza di dolore – e sebbene la localizzazione di tale fenomeno sia il corpo con tutte le sue funzioni –, la sensazione è talmente diffusa da rendervi difficile descrivere con precisione dove si stia verificando.
E poi vi sono le conseguenze mentali dello stato appena descritto. Quando riuscite a distogliere l’attenzione dall’assoluto benessere del momento, e a potenziare le rappresentazioni mentali non direttamente pertinenti al vostro corpo, scoprite in voi una mente piena di pensieri, i cui temi creano una nuova ondata di sentimenti piacevoli. Ecco emergere, insieme a scene effettivamente godute in passato, l’immagine di eventi pregustati con desiderio. Scoprite anche d’avere una disposizione mentale – come dire? – felice. Avete adottato una modalità di pensiero in cui le immagini sono bene a fuoco e fluiscono copiose e senza sforzo. Tutta questa positività ha due conseguenze: la comparsa di pensieri il cui tema è consono all’emozione e l’emergere di una modalità di pensiero, uno stile di elaborazione mentale, che aumenta la velocità di generazione delle immagini moltiplicandole. Avvertite, come Wordsworth “ad alcune miglia dall’abbazia di Tintern”, “dolci sensazioni… nel sangue, dentro il cuore” e scoprite che quelle sensazioni sono “perfino nella parte più pura della mente, e capaci d’infondervi un quieto ristoro”. Le entità che siete soliti considerare come “corpo” e “mente” si sono armoniosamente fuse. Ogni conflitto sembra ora placato. Gli opposti paiono meno opposti.
Ciò che definisce la piacevole percezione di simili istanti, rendendola meritevole del termine distintivo di “sentimento” e differenziandola così da qualsiasi altro pensiero, è – direi – la rappresentazione mentale del corpo o di alcune sue parti come entità operanti in un modo particolare. Il sentimento, nel senso più stretto e rigoroso del termine, è l’idea che il corpo sia in un certo modo. In questa definizione si può sostituire “idea” con “pensiero” e “percezione”. Se guardiamo al di là dell’oggetto che ha causato il sentimento – e i pensieri e la modalità di pensiero conseguenti – vediamo precisarsi il suo nucleo: i contenuti del sentimento consistono nella rappresentazione di un particolare stato del corpo. Gli stessi commenti sarebbero pienamente applicabili ai sentimenti di tristezza e di qualsiasi altra emozione, come pure ai sentimenti degli appetiti e di qualunque sequenza di reazioni regolatrici abbia luogo nell’organismo. I sentimenti, nell’accezione adottata in questo libro, non insorgono solo dalle emozioni vere e proprie, ma da qualsiasi insieme di reazioni omeostatiche, e traducono nel linguaggio della mente lo stato vitale in cui versa l’organismo. Qui, io suggerisco che esistano “modalità corporee” distinte risultanti da diverse reazioni omeostatiche, dalle più semplici alle più complesse. Esistono anche oggetti induttori distinti, e altrettanto distinti pensieri conseguenti alla reazione, e modalità di pensiero corrispondenti. La tristezza, per esempio, si accompagna a una minor produzione di immagini alle quali viene tuttavia prestata maggiore attenzione: una situazione opposta al rapido susseguirsi di immagini – che peraltro ricevono un’attenzione brevissima – tipico della felicità. I sentimenti sono percezioni, e io propongo che la loro percezione trovi il necessario supporto nelle mappe cerebrali del corpo. Una certa variazione del piacere o del dolore è un contenuto costante di quella percezione che chiamiamo sentimento.
Accanto alla percezione del corpo c’è sia quella di pensieri con temi consoni all’emozione, sia quella di una certa modalità di pensiero – uno stile di elaborazione mentale. Come avviene tale percezione? Essa deriva dalla costruzione di metarappresentazioni dei processi mentali, un’operazione di livello superiore in cui una parte della mente ne rappresenta un’altra. Questo ci permette di registrare un rallentamento o un’accelerazione dei nostri pensieri, a seconda che prestiamo loro maggiore o minore attenzione o che i pensieri raffigurino oggetti o eventi cogliendoli, a seconda dei casi, da vicino o da lontano. La mia ipotesi, allora, presentata sotto forma di definizione provvisoria, è che un sentimento sia la percezione di un certo stato del corpo, unita alla percezione di una particolare modalità di pensiero nonché di pensieri con particolari contenuti. I sentimenti emergono quando il semplice accumulo dei dettagli registrati nelle mappe raggiunge un certo stadio. Da una prospettiva diversa, Suzanne Langer ha colto la natura di quell’emergere dicendo che il processo viene avvertito quando l’attività di una parte del sistema nervoso raggiunge un’“altezza critica”. Il sentimento è una conseguenza del processo omeostatico in corso, il passo successivo del ciclo.
L’ipotesi appena esposta è incompatibile con la concezione secondo la quale i sentimenti (o le emozioni, quando emozione e sentimento sono usati come sinonimi) sarebbero essenzialmente una collezione di pensieri con un contenuto consono a una particolare descrizione – per esempio, nel caso della tristezza, pensieri relativi a situazioni di perdita. Io credo che questa concezione svuoti in modo irrimediabile la nozione di sentimento. Se i sentimenti fossero davvero insiemi di pensieri con determinati temi, come potrebbero distinguersi da altri pensieri? Come potrebbero conservare quell’individualità funzionale che ne giustifica lo status di processi mentali speciali? A mio avviso, i sentimenti sono funzionalmente distinti perché la loro essenza consiste nei pensieri che rappresentano il corpo nel suo coinvolgimento in un processo reattivo. Togliete quell’essenza, e il concetto di sentimento svanisce. Togliete quell’essenza, e nessuno potrà più dire: “Mi sento” felice; dovrà dire piuttosto: “Penso pensieri felici”. Tutto questo, però, solleva una domanda legittima: che cos’è che rende “felici” i pensieri? Se noi non sperimentassimo un certo stato corporeo caratterizzato da una certa qualità che chiamiamo piacere e che consideriamo “buona” e “positiva” nel contesto della nostra vita, non avremmo più alcuna ragione per considerare felice – o triste – qualsiasi pensiero.
Per come la vedo io, l’origine delle percezioni che costituiscono l’essenza del sentimento è chiara: c’è un oggetto generale – il corpo – costituito di molte parti continuamente registrate in molteplici strutture cerebrali. Chiari sono anche i contenuti di quelle percezioni: i diversi stati del corpo descritti dalle mappe cerebrali, scelti in un’ampia gamma di possibilità. La micro- e la macrostruttura dei muscoli in tensione, per esempio, sono un contenuto diverso da quello dei muscoli rilassati. Lo stesso vale per lo stato del cuore quando batte rapidamente o lentamente e per la funzione di altri apparati – respiratorio, digerente – la cui attività può procedere in modo tranquillo e armonioso, oppure con difficoltà e scarsa coordinazione. Un altro esempio, forse il più importante, è quello della composizione del sangue rispetto ad alcune molecole dalle quali dipende la nostra vita, e la cui concentrazione è rappresentata, istante per istante, all’interno di specifiche regioni cerebrali. Lo stato particolare di quelle componenti del corpo, così come è ritratto nelle mappe cerebrali, è un contenuto delle percezioni che costituiscono i sentimenti. I substrati immediati dei sentimenti sono dunque le mappe di miriadi di aspetti di stati corporei diversi, nelle regioni del cervello deputate all’elaborazione sensoriale, designate a ricevere segnali afferenti da tutto il corpo.
Qualcuno potrebbe obiettare che, a quanto pare, noi non registriamo in modo cosciente la percezione di tutti questi stati corporei. E in effetti, grazie a Dio, non le registriamo tutte. Alcuni di quegli stati sono sperimentati in modo assolutamente specifico e non sempre piacevole – basti pensare a un’aritmia cardiaca, a una contrazione dolorosa dell’intestino, eccetera. Ma nel caso della maggior parte delle altre componenti, io ipotizzo che siano percepite in una forma “composita”. Alcune configurazioni chimiche del milieu interno, per esempio, si manifestano a noi come sensazioni di fondo di energia, affaticamento o malessere. Noi percepiamo anche l’insieme delle modificazioni comportamentali che poi diventano appetiti e desideri. Ovviamente non “percepiamo” la caduta del livello ematico di glucosio al di sotto del suo valore soglia accettabile; ne sperimentiamo tuttavia rapidamente le conseguenze: compaiono certi comportamenti (per esempio il desiderio di cibo); i muscoli non obbediscono più ai nostri comandi; ci sentiamo stanchi.
Provare un certo sentimento, per esempio il piacere, significa percepire che il corpo si trova in una certa disposizione, il che richiede l’esistenza di mappe sensoriali contenenti determinate configurazioni neurali e dalle quali si possano ricavare immagini mentali. Avverto il lettore che l’emergere delle immagini mentali dalle configurazioni neurali non è un processo pienamente chiarito (esiste, nella nostra comprensione di tale processo, una lacuna della quale ci occuperemo, ma ne sappiamo abbastanza per ipotizzare che esso sia sostenuto da substrati identificabili – nel caso dei sentimenti, da diverse mappe dello stato corporeo, in diverse regioni cerebrali – e implichi, in tempi successivi, complesse interazioni fra quelle regioni. Il processo non è localizzato in un’unica area cerebrale.
In breve, il contenuto essenziale dei sentimenti è la mappa di un particolare stato corporeo; il substrato dei sentimenti è l’insieme delle configurazioni neurali corrispondenti allo stato del corpo e dalle quali può emergere un’immagine mentale di quello stato. Essenzialmente, un sentimento è un’idea – un’idea del corpo e, in particolare, un’idea di un certo aspetto del corpo, del suo interno, in determinate circostanze. Il sentimento di un’emozione è l’idea del corpo nel momento in cui esso è perturbato dall’emozione. Come vedremo nelle prossime pagine, tuttavia, è poco probabile che la rappresentazione del corpo in mappe, che costituisce la parte essenziale di questa ipotesi, sia diretta come la immaginava William James.

Empatia
È evidente che il cervello può simulare internamente alcuni stati corporei emozionali, come accade nel pro- cesso in cui la compassione, che è un’emozione, si trasforma in un sentimento di empatia. Immaginiamo che qualcuno vi racconti di un orribile incidente in cui una persona è rimasta gravemente ferita. Può darsi che per un attimo sentiate una fitta di dolore che rispecchia, nella vostra mente, il dolore dell’individuo in questione. Vi sentite come se foste voi la vittima, e il sentimento può essere più o meno intenso, a seconda della portata dell’incidente o della vostra conoscenza della persona coinvolta. Il meccanismo che si presume produca questa sorta di sentimento è una varietà di quello che ho chiamato circuito corporeo “come se”. Esso implica, a livello cerebrale, una simulazione interna che consiste nella rapida modificazione delle mappe dello stato corrente del corpo. Ciò accade quando certe regioni cerebrali, per esempio le cortecce prefrontali/premotrici, segnalano direttamente alle regioni somatosensitive del cervello. L’esistenza e la localizzazione di tipi analoghi di neuroni è stata stabilita di recente. Quei neuroni possono rappresentare, nel cervello di una persona, i movimenti che quello stesso cervello vede in un altro individuo, e inviare segnali alle strutture sensomotorie in modo che i movimenti corrispondenti siano “visti in anteprima” in una modalità di simulazione, oppure effettivamente eseguiti. Questi neuroni sono davvero presenti nella corteccia frontale delle scimmie e degli esseri umani, e sono noti come “neuroni specchio”. Io credo che il circuito “come se” da me postulato nell’Errore di Cartesio faccia ricorso a una variante di questo meccanismo.
Il risultato della simulazione diretta degli stati corporei nelle regioni somatosensitive non è diverso da quello della filtrazione di segnali provenienti dal corpo. In entrambi i casi, temporaneamente, il cervello crea una serie di mappe del corpo che non corrispondono esattamente allo stato reale in cui esso si trova. Il cervello usa i segnali afferenti dalla periferia come creta per scolpire un particolare stato del corpo nelle regioni dove è possibile costruire una tale rappresentazione, ossia nelle regioni somatosensitive. Quello che si sente, allora, è basato su quella “falsa” costruzione, e non sul “reale” stato del corpo.
Uno studio recente, condotto da Ralph Adolphs ha affrontato direttamente il problema degli stati corporei simulati. Lo studio mirava a indagare le basi dell’empatia e coinvolse più di cento pazienti con lesioni neurologiche localizzate in vari siti della corteccia cerebrale, ai quali si chiese di partecipare a un compito che comportava il tipo di processo necessario per le risposte di empatia. A ogni soggetto furono mostrate le fotografie di una persona sconosciuta che esibiva una qualche espressione emozionale; il compito consisteva nell’indicare che cosa stesse provando la persona fotografata. I ricercatori chiesero a ciascun soggetto di mettersi nei panni della persona raffigurata e di cercare di indovinare il suo stato mentale. L’ipotesi che si intendeva verificare era la seguente, e cioè che pazienti con lesioni alle cortecce somatosensitive non sarebbero stati in grado di eseguire normalmente questo compito.
La maggior parte dei pazienti se la cavò facilmente, con la stessa precisione mostrata da sogget-ti normali, tranne due gruppi specifici di individui, la cui prestazione risultò compromessa. Il primo gruppo era abbastanza prevedibile, essendo costituito da individui con danni localizzati alle cortecce associative visive, soprattutto quella della regione occipito-temporale ventrale destra. Questo settore del cervello è essenziale per la stima di configurazioni visive. Se la sua integrità viene a mancare, le espressioni facciali esibite nelle fotografie non possono essere percepite come un tutto unitario, nonostante le immagini siano “viste” nel senso generale del termine.
L’altro gruppo di pazienti era quello più significativo: consisteva di soggetti con danni localizzati nella regione delle cortecce somatosensitive di destra e, più precisamente, nell’insula, nella S2 e nella S1. Questo è l’insieme delle regioni in cui il cervello realizza il più alto livello di rappresentazione integrata dello stato del corpo. In assenza di questa regione, il cervello non può simulare gli stati corporei altrui in modo efficace. Manca infatti del palcoscenico su cui rappresentare le variazioni sul tema dello stato del corpo.
Il fatto che la regione corrispondente nell’emisfero cerebrale sinistro non abbia la stessa funzione è di grande significato fisiologico. Pazienti con danni localizzati al complesso delle regioni somatosensitive di sinistra eseguivano normalmente il test dell’“empatia”. Questo risultato è un altro indice di come le cortecce somatosensitive destre siano “dominanti” per quanto riguarda la rappresentazione corporea integrata. Esso serve anche a spiegare come mai il danno localizzato in questa regione sia costantemente associato a difetti interessanti l’emozione e il sentimento, e a patologie note come anosognosia e negletto, alla cui base è un’idea difettosa dello stato corrente del corpo. L’asimmetria tra destra e sinistra nella funzione delle cortecce somatosensitive dell’uomo è probabilmente dovuta all’impegno specifico di quelle di sinistra nel linguaggio e nell’eloquio.
Altre conferme provengono da studi in cui individui normali, osservando fotografie raffiguranti emozioni, attivavano immediatamente i muscoli facciali necessari per assumere essi stessi l’espressione raffigurata nelle immagini. Sebbene i soggetti non fossero consapevoli di questa “predisposizione” speculare dei propri muscoli, gli elettrodi posizionati sul loro volto registravano le alterazioni elettromiografiche.
Riassumendo, le aree somatosensitive costituiscono una sorta di teatro, dove non solo possono essere “rappresentati ed esibiti” gli stati corporei reali, ma è possibile mettere in scena anche un vasto assortimento di stati corporei “falsi”: per esempio, stati corporei “come se”, stati corporei filtrati, e così via. Probabilmente, i comandi per produrre gli stati corporei “come se” provengono da numerose aree delle cortecce prefrontali, come hanno indicato recenti ricerche sui neuroni specchio negli animali e nell’uomo.